Un canto religioso-popolare di Casalincontrada

" Sand’Andonjë di tripputentë "

 

   

     Il testo, che qui si trascrive nella versione originale, merita una certa attenzione non solo perché è un documento inedito della vita e della cultura agro-pastorale casalese, ma anche e soprattutto perché accoglie e combina felicemente tratti significativi della rappresentazione sacra medievale, della tradizione giullaresca e del canto popolare abruzzese.

     Già alla fine dell’Ottocento, ma la sua origine è sicuramente più antica, il “Sant’Antonio di tre potenti” era messo in scena e cantato da un tal Luigi D’Urbano  (contadino di Casalincontrada emigrato per qualche tempo in America), che l’ha  tramandato oralmente al figlio Stefano e al nipote Ettore, dalla cui viva voce ho tratto e ricostruito le varie strofe.

     Quest’ultimo, insieme ad un suonatore di fisarmonica e a pochi altri amici, cominciò ad allestire rappresentazioni - nelle località di Brecciarola, Villareia, Scafa, Rosciano, Vallemare, Villa Oliveti e Torrevecchia - durante la settimana che precedeva la festa in onore del Santo abate, fin dagli anni successivi alla seconda Guerra mondiale.

     Egli rientrava, poi, nel comune d’origine per portare il “Sand’Andonjë” nelle case dei benestanti, i soli, a quei tempi, che potevano permettersi generose elargizioni di vino e di altri beni alimentari (formaggio, salsicce, uova), che venivano equamente divisi fra i componenti dell’allegra brigata.

     La festa si concludeva il 17 gennaio di ogni anno con la tradizionale sfilata dei canestri e dei carri ricolmi di piccoli pani all’anice lavorati a mano (panettelle), fatti preparare a turno dai comitati-festa delle contrade Malandra e Ciccunittë.

     Dopo la benedizione del sacerdote, i panetti venivano distribuiti tra la gente e dati in pasto al bestiame allo scopo di prevenire malattie e disgrazie.

     Sulla piazza principale, davanti al sagrato della chiesa parrocchiale di Santo Stefano, veniva intonato, a più voci, il canto finale di Sand’Andonjë di tripputentë, cui faceva da lieto e rumoroso contrappunto la banda del paese.

     La versione casalese, divisa in due parti, è in versi tetrastici dialettali; fanno eccezione soltanto le quartine 1, 6 e 10 della prima scena, dove S. Antonio, persona più  istruita e saggia, si esprime in italiano regionale.

     Dopo l’invocazione al santo eremita, uomo di Dio e figlio di “tre potenti” (della Trinità), affinché illumini e assista i cantori, due ‘Angeli’ annunziano ad Antonio che, mentre egli era tutto intento a predicare, il padre - accusato di omicidio - rischiava la pena capitale.

     S. Antonio prende congedo dal popolo ma, anziché riposare, si mette in viaggio per fermare il processo e la mano della giustizia.

     Si reca dal ‘Morto’ per scoprire tutta la verità. Il morto scagiona il genitore del Santo ma non rivela il nome del vero assassino, per il quale però invoca il perdono divino. Manifesta, inoltre, l’intenzione di volersi confessare perché un peccato che gli grava la coscienza gli impedisce di godere le gioie del Paradiso.

     Il Santo abate gli si avvicina, lo assolve e poi riparte.

     Tornato dal popolo, chiede scusa per la breve assenza e, con celata soddisfazione, comunica di aver ricuperato un’anima a Dio.

     La strofa finale riprende i versi della prima con qualche lieve variante, costituendo così un elemento di armonia e conferendo a tutto il ‘quadro’ una circolarità melodica.

     Nelle sette strofette della seconda scena S. Antonio, rappresentato con la barba lunga e col campanello in mano, resiste alle famose “tentazioni” del demonio e si mette umilmente al servizio di Dio, di Cristo e della Madonna.

     Il canto si chiude con una quartina in cui si accenna alle virtù taumaturgiche del santo di Coma, venerato nel mondo contadino come ‘patrono’ degli animali domestici e ‘protettore’ degli allevatori.

     Per completezza si riportano, in corsivo, anche le aggiunte recenti fatte da Ettore D’Urbano, cioè l’esordio e la richiesta finale di doni e di cibarie, la quale però poco si intona al motivo religioso di fondo, alla trama narrativa più antica che trae spunto e ispirazione da un racconto popolare sul “primo maestro del deserto”, sul “primo tra i monaci santi”. 

 

 

 

    SCENA PRIMA

 

                                                            Esordio di S. Antonio

       Buona sera a voi signori,

        quanta ne siete dentrë e fòrë,

         quanta ne siete arretë e avantë,

        buona sera a tuttë quantë.

 

 

   Invocazione

   Sand’Andonjë di tripputentë

   date lumë a la mia mentë;

   l’intellettë e la sua memoria

    erë lu patrë dë Sand’Andonjë.

 

Angeli

 

Sand’Andonjë prëdichévë

 

nghë ddu angëlë chë ije parlévë:

 

-  Tu attennë a prëdicà’

 

mendrë pàtrëtë vonnë ’mbëccà’.

 

Narratore

Sand’Andonjë di riverenzë

da chë lu popëlë presë licenzë;

fecë fintë d’arpusà’,

                         poi së mettë a caminà’.                                

 

Sand’Andonjë

di riverenzë

fermë la justizië

e la causa da fà’.

 

S. Antonio

            Quel morto assotterrato

              provëlë e ossë è diventato.

             -  E tu dimmë la verità,

               se il mio padre ti ha ammazzato.

 

            Morto

Il tuo patre non è stato.

Chi më l’à date

la mortë, è ddate!

Ddijë lë pozza përdunà’.

 

Accustàtëvë, sandë patrë,

chë mmë voijë cumbëssà’:

pë nu pëccatë chë tinghë addossë,

nën pozzë godë stu sandë regnë.

 

Narratore

Sand’Andonjë s’accustàtë,

a chë lu mortë cumbëssatë;

chë lu mortë cumbëssò,

Sand’Andonjë se n’andò.

 

S. Antonio

-  Compatite popolo mio

se più d’un’ora vi ho mancato.

Un’anima a Dio ho guadambiato

e dicendo la verità.

                                              

Congedo

 

Sand’Andonjë di tripputentë

date lumë a la mia mentë,

l’intellettë e la sua memoria…

                da Sand’Andonjë saretë ajutatë.

 

        

         SCENA SECONDA

 

Angelo

            E sottë ’na capannellë

            ci statévë ’na donna bbèllë:

            quellë erë lu dimonijë

             chë tëntevë Sand’Andonjë.

                                              

            Questë è l’oprë di lu dimonijë

             chë tentevë Sand’Andonjë.

             Sand’Andonjë lo fermò

              e lu dimonijë se n’andò.

 

S. Antonio

          Sand’Andonjë barba lunghë

           sottë a lu pettë erë giuntë,

           nghë nu campanellë ’m manë,

            sembrë Ddijë lo chiamavë.

 

          Lo chiamavë a àvëta voce;

          j arispunnevë Jesù a la crocë;

e la crocë e la chëlonnë,

cchiamë Dijë e la Madonnë.

 

La Madonnë bbona cristjanë

            jevë pë’ l’acquë a la fundanë;

ca lu secchjë j së ’mbijésë,

’ngi stevë nisciunë chë l’aiutévë.

 

E chiamésë Sand’Andonjë.

Subbëtë corsë lu dimonijë;

lu dimonijë së n’andò,

Sand’Andonjë l’ajutò.

 

Angelo

Së ci-avétë nu parë dë vacchë

Sand’Andonjë vë li benëdice,

së ci-avetë nu parë dë vuvë

Sand’Andonjë vë lë custodë.

 

S. Antonio

           Sand’Andonjë accettë tuttë,

           sia salamë e sia prisuttë,

           li savëciccë e li cutichinë

             purë l’òvë e li halljinë.

                                              

         Cala cala a la cantinë,

         va ppijà nu bicchirë di vinë;

        nën pijà l’acitarellë,

         ca dispiacë a lu bambënellë.

 

A finitë sonë e cantë,

padrë e fijë e spirëtë sandë.

Bënëdicë questa gentë

bënëdicë tuttë quantë.

  

 

                                                                       Prof.  FAUSTO DE SANCTIS


(Articolo estratto da: XLVII Settembrata Abruzzese, Pescara, 2004, pp. 69-71)

 

              SPARITO MUSICALE : " Sand’Andonjë di tripputentë "